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Trabaccolo da trasportoLunghezza: m. 20,50
Larghezza: m. 6,60
Nome: "Giovanni Pascoli"
Portata: tonnellate 140
Costruito nel 1936 dal cantiere Rondolini di
Cattolica (RN)
Armatori: Savini Eugenio, poi Bullo Fulvio, poi
altri
Ultima matricola: VE 002 ND
Nominativo internazionale: INZZ
Acquistata dall'Azienda di Soggiorno di
Cesenatico nel 1983, e restaurata con il
contributo della Cassa di Risparmio di Cesena.
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Due secoli fa, il nostro mare era
popolato da un gran numero di piccole navi da
trasporto con alte fiancate e dall'aria
pretenziosa. I pittori le avevano dipinte con
compiacenza: le finestre di poppa, le antenne
lunghe e sottili, le tante complesse manovre.
Sembravano copie in piccolo di navi più grandi.
In questo panorama si stava facendo strada il
trabaccolo da trasporto, semplice di costruzione,
ad un solo ponte senza sovrastrutture, con due
alberi armati con vele al terzo, le linee della
carena accuratamente avviate, e la prora ampia
con i due occhi, che resteranno la sua
caratteristica più vistosa.
Unica concessione alle complesse attrezzature di
moda era una piccola vela quadra, che, non
sempre, veniva issata sopra alle vele al terzo.
Se per la sua semplicità poteva considerarsi una
grossa barca, per le possibilità che offriva era
in effetti una piccola nave. Gli scrittori
descrivono il trabaccolo come una costruzione
rozza, ma non possono fare a meno di lodarne
l'agilità di manovra nei porti e la sicurezza in
mare, tanto che lo Stato della Chiesa utilizzava
i trabaccoli come guardiacoste. A poco a poco
infatti tutte le altre piccole navi da trasporto
non verranno più costruite e ne fu dimenticato
presto il nome, mentre il trabaccolo giunge fino
a noi.
Era certo osservato con ammirazione, se i
costruttori di piccole barche lungo le coste
cercarono di imitare le sue forme. Nella Sezione
Galleggiante del Museo della Marineria sono
infatti rappresentati due tipi di barche che
derivano direttamente dal trabaccolo, le paranze
del sud e i trabaccoli da pesca o barchetti
della nostra costa.
Gli uomini che lavoravano sui trabaccoli da
trasporto erano spesso anche pescatori o
provenivano dalle loro fila. Alcuni di loro sono
ancora vivi e i loro ricordi sono pieni di
ammirazione per queste piccole navi, che
evidentemente erano qualcosa di più che un
freddo mezzo di lavoro, e avevano lasciato nel
cuore di questi uomini, che ad esse si erano
affidati, il ricordo sereno di chi non tradisce.
Trasportavano di tutto: carbone, legna, pietre,
ghiaia, sabbia, cocomeri, farina e, in ultimo,
anche cemento. Spesso anche botti di vino, e la
Finanza ci metteva su tutti i suoi sigilli, ma
nessuno riusciva a trattenere i marinai
dall'inventare i sistemi più complicati per fare
una allegra bevuta di frodo. Così molte botti
giungevano a destinazione coi sigilli intatti, ma
inspiegabilmente alleggerite.
L'esemplare di trabaccolo da trasporto qui
esposto rappresenta degnamente, con le sue linee
equilibrate e il suo ponte dalla marcata
curvatura, la categoria di piccole navi a vela
commerciali, le "barche da viaggio",
che furono armate o fecero sosta in questo porto.Nel 1995 il Museo della
Marineria ha dedicato una mostra al trabaccolo da
trasporto "Giovanni Pascoli" ed al suo
restauro:
Trabaccolo. Il restauro
della "barca da viaggio"
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ParanzaLunghezza: m. 8,45
Larghezza: m. 2,92
Nome: "Mirella"
Costruita nel cantiere di Bruni Filippo a S. Vito
nell'anno 1951
Ultimo proprietario: Mastromattei Eriberto
Ultima matricola: PG 0129 (Pescara)
Acquistata nel 1983, ancora fornita di pennoni,
dall'Azienda di Soggiorno di Cesenatico.
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Il pennone di sopravia di questa
barca è molto lungo a ricordo delle vele latine
che nelle Marche e in Abruzzo venivano
usate ancora nei primi decenni di questo secolo.
Al posto della vela latina, però, le paranze
adottarono la vela al terzo perché risultava
più semplice nelle manovre per cambiare di
bordo, più adatta agli scafi di questo tipo, e
più economica perché richiedeva un equipaggio
meno numeroso, solitamente formato da due
persone. Questo esemplare fu sempre armato al
terzo e come tutte le barche di questo tipo ebbe
un albero solo.
Le paranze si spingevano per la pesca nell'alto
Adriatico e furono ospiti del nostro porto dove
si sono avute loro presenze fino al 1950. La loro
prora a petto d'anatra è simile a quella del
trabaccolo, ha gli occhi rilevati e sull'asta
retroflessa porta una berretta rossa ornata ai
lati da due stelle. Solo le proporzioni cambiano:
maggior larghezza rispetto alla lunghezza, minore
altezza sotto il ponte.
Queste barche spesso venivano tirate in secca
sulla costa bassa, e gli uomini che su di esse
navigarono ricordano ancora la gran fatica di
issare a bordo il profondo e pesante timone
quando c'era mare mosso.
Praticavano la pesca con le reti a strascico e
prima della diffusione dei divergenti tiravano la
rete in coppia: da qui il nome di paranza, cioè
di barche che procedevano "a paro". |
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TopoLunghezza: m. 9,36
Larghezza: m. 2,57
Nome: "Cristina"
Costruito nel 1950 nel cantiere di Varangiolo
Duilio a Chioggia
Ultimo proprietario in attività di navigazione
per carati 24: Ballerini Enrico Giovanni
di Goro
Matricola: 5RA 1439 (Goro).
Acquistata nel 1982 dall'Azienda di Soggiorno di
Cesenatico e restaurata con il contributo
dell'Amministrazione Provinciale di Forlì.
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Fra le barche tradizionali della
laguna di Venezia i "topi"
rappresentano forse, non solo nel nome, ma anche
nelle proporzioni e nella lunghezza, variabile da
6 a 10 metri, uno dei tipi più antichi rimasto
invariato.
Per le loro doti e la loro agilità i topi si
erano molto diffusi, subendo qualche variazione:
in Istria avevano assunto dimensioni più
rilevanti e si erano avvicinati al bragozzo,
mantenendo però lo slancio della prua.
L'esemplare del Museo della Marineria ricorda i
numerosi topi che da Chioggia e da Goro venivano
nel porto di Cesenatico. Erano armati con una
sola vela al terzo colorata e la loro pesca era
principalmente quella coi parangali.
Il topo, pur nella semplicità della costruzione
e col suo ponte solo parziale, consentiva un
razionale sfruttamento degli spazi. Anche
l'abitabilità, se la necessità lo richiedeva,
era notevole. Basti l'esempio di un topo di sette
metri dipinto di grigio, che faceva spesso base a
Cesenatico, il cui proprietario, un chioggiotto,
essendogli scappata di casa la moglie, si portava
con sé un figlio grandicello e due figli
piccolissimi. Nella sua piccola barca portava
anche le attrezzature da pesca, i cerchi dei
parangali e moltissimi ami.
Le forme dello scafo rendevano il topo molto
adatto alla voga. La prora e la poppa erano ben
raccordate al fondo che era molto più lunato
delle altre barche venete per facilitarne il
disimpegno quando la barca si fosse arenata. |
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LanciaLunghezza: m. 7,65
Larghezza: m. 2,23
Nome: "Aldina"
Costruita a Cattolica nel 1949.
Ultimo proprietario: Ing. Stefano Testa
Ultima matricola: 4RM 212 (Cesenatico).
Acquistata nel 1979, ancora fornita
dell'attrezzatura velica, dall'Azienda di
Soggiorno di Cesenatico, e restaurata con il
contributo dell'Ente Provinciale per il Turismo
di Forlì.
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L'esemplare rappresenta la numerosa
flotta di lance che popolò il porto di
Cesenatico.
L'armamento velico fu sempre al terzo, spesso a
due alberi per le lance oltre i nove, dieci
metri, denominate allora "lancioni".
Caratteristica comune delle lance erano le aste
di prua e di poppa verticali e la lunga chiglia.
Erano fornite di due cassabanchi lungo le
fiancate nei quali si caricava la zavorra,
necessaria perché queste barche avessero
l'inerzia per pescare con le reti a strascico e
col rabbio. Vi fu anche una lancia attrezzata per
la pesca dei delfini con la fiocina.
A bordo non c'era posto per il
"focone", per cui su queste barche si
mangiava sempre cibo freddo. La gente diceva:
"i lanzir is mor ad fema!" (in
romagnolo: "i lancieri muoiono di
fame!").
Ogni lancia in genere era portata da un pescatore
e da un ragazzo. La vita era durissima ed
occorreva in ogni evenienza districarsi da soli.
Era proprio tra i lancieri, tutti profondi
conoscitori del tempo e del mare, che si
incontravano gli uomini più indipendenti, quelli
che non si sottoponevano volentieri a far parte
di un equipaggio.
Le lance, le cui forme sono giunte a noi dal sud,
non si ritrovano più a nord della Romagna. Tra i
tipi di barche tradizionali sono le più recenti,
e quindi, anche dal punto di vista degli
ornamenti, le più sobrie. |
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Bragozzo d'alturaLunghezza: m. 13,60
Larghezza: m. 4,20
Nome: "San Marco" (ex "Angelo
B.")
Costruito a Chioggia in data sconosciuta (prob.
fine '800).
Ultimo proprietario: Cappato Penzo
Ultima matricola: VE 6101 (Venezia)
Acquistata dall'Azienda di Soggiorno di
Cesenatico nel 1983.
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L'esemplare rappresenta nel Museo
quei bragozzi che, per dimensioni e solidità,
erano adatti alla pesca d'altomare.
Queste barche raccolsero dalle tartane, un tipo
di imbarcazione che si estinse alla fine del sec.
XIX, la tradizione delle lunghe campagne di pesca
nei mari lontani da casa. Si riunivano in
"compagnie", accettando
un'organizzazione severa e meticolosa. Fra i paroni
delle barche che si costituivano in compagnia
veniva eletto il "capo di mare", che
stabiliva i segnali segreti a cui ogni barca
doveva attenersi. Veniva così ordinato quando si
dovevano calare le reti, quando si dovevano
salpare, e quando bisognava mettersi in panna per
cedere il pesce pescato alla barca incaricata di
portarlo a vendere nel porto più vicino.
Ai segnali diurni ed a quelli notturni si univano
i segnali per la nebbia, che in genere
consistevano in un numero convenuto di colpi
battuti sul fondo di un grosso secchio. In questo
modo la piccola flotta, che spesso superava le
dieci unità, non si disperdeva nel mare.
L'amministrazione era complessa e molto attenta,
perché altrimenti ogni spartizione degli utili
avrebbe creato litigi e fratture. Quello che fa
meraviglia è che per questa amministrazione si
usavano segni prealfabetici e chi la teneva era
sovente anch'egli analfabeta.
Su queste barche l'equipaggio non era inferiore a
7/8 unità e, di norma, una simile barca
garantiva la sopravvivenza ad alcune famiglie. |
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BattanaLunghezza: m. 9,46
Larghezza: m. 2,80
Nome: "Vienna"
Costruita nel 1963 dal cantiere Campi Adolfo di
Bellaria
Ultimi proprietari per 8 carati ciascuno:
Ferri, Faedi, Bartolini
Ultima matricola: 4RM 604 (Cesenatico).
Acquistata nel 1982 dall'Azienda di Soggiorno di
Cesenatico e restaurata con il contributo della
Camera di Commercio di Forlì.
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Le battane erano numerosissime:
rappresentavano a parità di dimensioni il tipo
di barche più economico e più semplice da
costruirsi e risultavano anche le più versatili.
Potevano pescare come le lance, ed erano adatte a
molti altri servizi.
In genere le battane portavano un solo albero
abbattibile ed issavano una vela al terzo ed
anche un fiocco. Per merito del grande timone,
nonostante il fondo piatto, navigavano a vela in
modo soddisfacente.
Ogni pezzo della loro struttura era rettilineo e
quindi facilmente reperibile in ogni segheria.
Erano dipinte di colori vivaci e sui lati della
prora spesso portavano, in ricordo degli occhi,
due stelle. Se il mare era mosso, cadendo nel
cavo dell'onda battevano con fragore: da questo
forse deriva il loro nome.
Le battane sono state molto usate, almeno a
Cesenatico, dai pescatori non professionisti,
appassionati di pesca con le nasse e di pesca
agli sgomberi, che andavano in mare nel tempo
libero. La battana di questo tipo era detta
battana romagnola. |
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Trabaccolo da pesca (barchèt)Lunghezza: m. 13,06
Larghezza: m. 3,70
Nomi: "Quattro fratelli", poi
"Bighellone"
Costruito probabilmente nel 1925 a Cattolica nel
cantiere di Terenzi Pietro
Ultimo proprietario: Onofri Spartaco
Ultima matricola: RM430 D (Rimini)
Acquistata nel 1982 dall'Azienda di Soggiorno di
Cesenatico.
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Il trabaccolo da pesca, o barchèt
("barchetto"), costruito a somiglianza,
in scala ridotta, del trabaccolo da trasporto, è
la barca tipica della costa romagnola da Pesaro
in su. Questa imbarcazione è caratterizzata
dalla forma della prua e dagli occhi a forte
rilievo. Chi osservava queste barche avanzare nel
nostro mare dalle onde corte, aveva
l'impressione, per il mutare delle ombre che la
luce, colpendo gli occhi, proiettava sullo scafo,
che quegli occhi avessero una loro vita e
acquistassero espressioni differenti col mutare
delle condizioni del tempo.
I "barchetti" erano barche belle e
solide, adatte alla pesca con reti a strascico.
Esistevano esemplari di varie grandezze da 12 a
16, ed anche 18 metri. I più grossi venivano
impiegati alternando pesca e trasporto nei vari
periodi dell'anno. Portavano due alberi non molto
differenti, armati con vele al terzo, con la vela
più grande a poppa. Il tutto trovava equilibrio
nel grande timone che si spingeva in acqua molto
più a fondo della chiglia.
Negli ultimi tempi della vela, i vecchi che
osservavano dalle banchine i barchetti li
criticavano per la tendenza a costruire vele
sempre più grandi. Infatti, quando un pennone si
schiantava, veniva sostituito da uno un po' più
lungo, e quando si rinnovava una vela, la si
tagliava un po' più grande e profonda. Così i
pennoni di sottovia si avvicinavano sempre più
alla coperta su cui operava l'equipaggio. Tutto
ciò non era prudente, ma in compenso il ritorno
dalla pesca diveniva una vera regata
entusiasmante da "capitani coraggiosi".
L'applicazione dei motori mise fine a questo
slancio sportivo, e le vele finirono non solo di
aumentare di superficie, ma anche di esistere, e
i loro colori non ornarono più il nostro mare. |
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BragozzoLunghezza: m. 10,60
Larghezza: m. 2,90
Ultimo nome in attività di pesca:
"Salmone".
Costruito in data sconosciuta nel cantiere di
Giovanni Schiavon, a Chioggia.
Nel 1960 le fu applicato un motore a Rimini, dove
ebbe la matricola RM 1082 D
Ultimo proprietario: Sami Augusto.
Acquistata nel 1982 dall'Azienda di Soggiorno di
Cesenatico e restaurata, ripristinando
l'attrezzatura a vela.
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I bragozzi, barche caratteristiche
della zona veneta, utilizzavano vari sistemi di
pesca spingendosi in tutto l'Adriatico e anche
oltre facendo base sia nei porti della costa
italiana, sia in quelli dell'Istria e della
Dalmazia.
Si deve soprattutto ai loro equipaggi se sulle
coste dell'Adriatico si è mantenuto il
linguaggio ed i termini diffusi dai Veneziani.
Il bragozzo, anche se a fondo piatto, navigava in
modo soddisfacente ed era perfetto per il traino
delle reti. Di costruzione molto solida, non
richiedeva zavorra e portava in genere due alberi
con vele al terzo. L'asta di prora era
retroflessa e la poppa quasi a specchio.
Gli scafi, sempre dipinti di nero, avevano
decorazioni a prora; le vele erano colorate e
portavano i segni del paron.
Gli equipaggi erano formati da tre a cinque
uomini che spesso appartenevano allo stesso
nucleo familiare. I vecchi a bordo riscuotevano
grande rispetto, e quando c'era burrasca salivano
sul ponte, consigliavano sapienti manovre, e
cantavano vecchie canzoni.
I bragozzi furono da sempre ospiti del porto di
Cesenatico, dove si trasferirono molte famiglie
chioggiotte. Quando erano in porto, i chioggiotti
rammendavano le reti, seccavano le seppie,
facevano la polenta e litigavano fra loro,
sempre. |
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Trabaccolo da pesca (barchèt)
naviganteLunghezza: m. 13,40
Larghezza: m. 3,80
Ultimo nome in attività di pesca:
"Raffaele"
Costruito a Cattolica nel 1925
Ultimo proprietario: Di Carlo Arnaldo
Nel 1971 l'imbarcazione si trovava in disarmo nel
porto di Cervia, dopo 46 anni di attività di
pesca; trasferita a Rimini e usata alcuni anni
per diporto, nel 1978 fu acquistata e restaurata
dall'Azienda di Soggiorno di Cesenatico come
primo esemplare del Museo della Marineria.
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Per le notizie su questo tipo di
imbarcazione v. la scheda relativa all'altro
"barchetto". Questo esemplare è dotato
di motore ausiliario e di tutte le dotazioni e
strumentazioni necessarie per la navigazione.
Il barchèt "Raffaele" è una
delle due barche naviganti del Museo della
Marineria, e l"ammiraglia", per le sue
dimensioni e "anzianità di servizio",
della flotta di barche tradizionali romagnole. E'
facile vederla in estate, insieme al bragozzo
"San Nicolò", nelle sue uscita
dimostrative in mare, nei raduni di barche
d'epoca, e nelle feste cittadine di Cesenatico. |
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Bragozzo naviganteLunghezza: m. 12,00
Larghezza: m. 3,10
Nome: "San Nicolò"
Costruito nel 1954 a Chioggia
Ultimo proprietario: Bonaldo Oscar
Il "San Nicolò" fu adibito per alcuni
decenni alla pesca, e seguì poi il destino di
molte barche d'epoca, usate per diporto.
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L'imbarcazione, pur essendo
relativamente recente, è un classico bragozzo
chioggiotto, varato da un cantiere di lunga
tradizione marinara; si rimanda quindi per la
definizione tipologica alla scheda sopra
riportata.
Questo esemplare, attualmente ormeggiato di
fronte a Casa Moretti, è insieme al barchét
"Raffaele" una delle due barche
naviganti del Museo della Marineria. Pur essendo
dotato di motore ausiliario, le sue prestazioni a
vela sono notevoli, e consentono di apprezzare le
caratteristiche di manovra e navigazione tipiche
delle barche tradizionali armate con vela al
terzo. |
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